biancaContattiMappa del sitoEntrabianca

HomeFormazione permanenteFormazione permanente anno 2019FormazioneFormazione PermanenteFormazione Permanente anno 2019P19042 - Giustizia punitiva e giustizia riparativa: una complementarietà possibile?

P19042 - Giustizia punitiva e giustizia riparativa: una complementarietà possibile?

Concepire il reato come “danno” (e non tanto come violazione di una norma), e l’amministrazione della giustizia penale come processo verso la sua riparazione (restorative justice, secondo un modello formatosi in nord-America dagli inizi degli anni ’80 del XX secolo), non è davvero un approccio integralmente nuovo; può essere fatto risalire, anzi, ad una visione negoziale della giustizia che per lungo tempo ha prevalso in Europa, fin dentro l’Età moderna. La pena-carcere in sostanza non esisteva, e la detenzione aveva solo scopi cautelari in attesa del processo, che doveva concludersi con una “pace” tra le parti, una compositio con riparazione – appunto – a favore del danneggiato o della sua “famiglia” (più propriamente il suo clan), secondo forme procedurali che oggi chiameremmo, con un certo grado di approssimazione, coi nomi della mediazione e della conciliazione. È per altro evidente che proprio nell’ultimissima fase storica ci troviamo di fronte a proposte, teoriche e applicative, che risentono di un dibattito generale nuovo sulla funzione della pena (e di quella detentiva in specie), secondo l’idea che la tutela della vittima debba essere assicurata indipendentemente dalla sanzione inflitta, e che il senso della pena cambi radicalmente in caso di delitto riparato.

Nell’ordinamento italiano costituiscono progressivi avvicinamenti a questa prospettiva la normativa sul giudice di pace (art. 35 del d.lgs. 274 del 2000), l’istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova, introdotto nell’ambito minorile e poi esteso con la legge n. 67 del 2014, la configurazione in chiave riparativa del lavoro di utilità sociale, i dibattiti al riguardo aperti a livello dottrinale e di commissioni ministeriali (sotto i guardasigilli Cancellieri e Orlando), le forme di riparazione post delictum previste dalla legge n. 103 del 2017. Va poi considerata la “normativa”, di vario rango (risoluzioni, raccomandazione, ecc.), a carattere internazionale, promanante dall’ONU, dal Consiglio d’Europa, dall’Unione europea.

Si tratta di valutare il modo in cui possano convivere giustizia punitiva e giustizia riparativo-riconciliativa in modo socialmente e culturalmente accettato, sottolineando per un primo verso come un tale approccio non umili la vittima ma anzi la tuteli e ne valorizzi il ruolo, e come le stesse esigenze di prevenzione speciale siano ragionevolmente modulabili nei casi in cui il percorso di emenda trova manifestazione molto concreta e precoce attraverso la disponibilità alla riparazione, nel rapporto con la vittima ed eventualmente in proiezione più ampia. Al tempo stesso, la questione del momento è quella di un bilanciamento accettabile (anche sul piano sociale e politico) tra influenza della riparazione (che per inciso non può essere completamente rimessa all’atteggiamento della vittima) e necessità della prevenzione speciale e generale, secondo l’idea che solo la segregazione potrebbe impedire nuove lesioni di beni giuridici primari.

A questo bilanciamento è rimessa l’individuazione dei confini tra fatti illeciti al fine di identificare quali siano ragionevolmente suscettibili di riparazione (in teoria non quelli di speciale gravità, ma d’altronde nemmeno quelli bagatellari). Va definita la fase processuale in cui sia opportuno inserire l’istituto riparativo (non necessariamente solo in fase esecutiva, ché anzi, ove le venga assegnata anche funzione deflativa, la riparazione deve contare in modo precoce, e comunque in fase di cognizione).

Secondo i fautori della giustizia riparativa, la soluzione va trovata praticando l’idea di una responsive regulation, che preveda una reazione progressiva all’illecito, in base alla minore o maggiore disponibilità dimostrata a rientrare volontariamente nella legalità, anche riparando gli effetti del reato (J. Brathwaite; C. Mazzucato).

Il terreno è malcerto; d’altronde deterrenza, retribuzione, proporzione - ma anche rieducazione ed emenda - continuano ad essere fattori assai difficilmente misurabili, corde tese su cui compie il proprio percorso la giustizia penale rischiando sempre di perdere un equilibrio magari di volta in volta raggiunto con difficoltà e impegno. Per il magistrato anche la “riparazione” non è al momento un supporto solido, ma certamente una complessa sfida professionale; impone dunque un impegno di studio e formazione perché la mediazione penale appartiene sicuramente al futuro e la giustizia riparativa riserverà al giudice ampi spazi di apprezzamento, per la cui gestione deve attrezzarsi, anche attraverso saperi extragiuridici. Il corso intende dare un contributo fattivo in questo senso.


 Caratteristiche del corso:

Area: penale
 

 

Organizzazione: Scuola superiore della magistratura; durata: quattro sessioni (due giorni e mezzo); metodologia: mista (relazioni frontali con dibattito, gruppi di lavoro, eventuale tavola rotonda); numero complessivo dei partecipanti: novanta; composizione della platea: settantacinque magistrati ordinari e dieci magistrati onorari con funzioni penali, oltre a cinque avvocati.

Eventuali incompatibilità: nessuna.

Sede e data del corso: Scandicci, Villa di Castel Pulci, 20 maggio 2019 (apertura lavori ore 15.00) – 22 maggio 2019 (chiusura lavori ore 13.00).


Go to top