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P19006 - La tratta di esseri umani e le diverse forme di sfruttamento

La tratta di esseri umani, per oltre un secolo, è stata percepita come un fenomeno connesso alla riduzione in schiavitù e fatta coincidere dapprima con il commercio degli schiavi (la tratta dei neri), poi con lo sradicamento finalizzato allo sfruttamento sessuale (la tratta delle bianche e dei minori).

Tale è ancora la percezione collettiva del fenomeno, che trae linfa dalla rappresentazione dei media, secondo cui il cd. “trafficking” sarebbe ancora essenzialmente legato al reclutamento delle ragazze africane, trasportate in Italia per essere immesse forzosamente sul mercato della prostituzione.

In realtà, nell’ultimo decennio, la connotazione assunta dalla tratta di esseri umani è profondamente cambiata: il reclutamento forzoso di ragazze – o ragazzi – nel loro Paese d’origine, con finalità di sfruttamento sessuale in Italia, è ancora drammatico ma minoritario; la tratta, infatti, è diventata un fenomeno complesso che, stando alle esperienze di chi lavora sul campo, così come ai rapporti delle organizzazioni internazionali, si intreccia in vario modo con i flussi migratori. Questo ne evidenzia la natura multiforme, che rende difficile inquadrare il problema a livello tanto sociale quanto giuridico.

La realtà ci mette davanti a storie di persone di ogni età che decidono di muoversi volontariamente, per sottrarsi a guerre, carestie, trattamenti familiari e sociali inumani e che spesso, solo a migrazione intrapresa, vengono dirottate forzosamente su determinate mete, così divenendo vittime di tratta. Un’altra prassi che concorre a ridefinire i confini della moderna tratta è quella che vede impiegati nello sfruttamento sessuale o lavorativo i richiedenti asilo collocati nei centri di accoglienza. Questo fenomeno, largamente diffuso in Italia, si riscontra anche in altri Paesi, tanto che le Agenzie delle Nazioni Unite (UNODC) e del Consiglio d’Europa (GRETA) qualificano la condizione del richiedente asilo come una situazione di particolare vulnerabilità, che lo rende maggiormente esposto a forme di sfruttamento.

Il corso si propone di analizzare i complessi fenomeni sociali che caratterizzano la tratta degli esseri umani per verificare se gli strumenti giuridici nazionali e sovranazionali ne consentano un efficace contrasto. In tale analisi, si partirà dall’esame della Convenzione di Palermo, che ha sganciato la tratta dalla schiavitù per connotarla come una speciale forma di reclutamento, caratterizzato da una manipolazione/coartazione della volontà verso molteplici forme di sfruttamento dell’essere umano (sfruttamento lavorativo; sfruttamento sessuale; avvio all’accattonaggio e al mercato degli organi).

L’Europa ha risposto ai cambiamenti sopra descritti con strumenti di una certa flessibilità, quali la Convenzione di Varsavia adottata dal Consiglio d’Europa nel 2005 e la Direttiva 2011/36/UE. Si tratta di strumenti che hanno posto sullo stesso piano di priorità tanto la repressione penale del fenomeno quanto la protezione delle vittime, configurando la tratta come una pratica gravemente lesiva della dignità umana.

La normativa italiana ha seguito questa evoluzione in modo non lineare: il legislatore nazionale, infatti, non ha mai reciso il legame fra tratta e riduzione in schiavitù, ormai relegato a un tempo socialmente – se non storicamente – lontano. L’evoluzione, spesso parallela, degli artt. 600, 601 e 603 bis c.p. – quest’ultimo riformulato nel 2016 da una legge dichiaratamente volta a contrastare il fenomeno nella sola agricoltura – ha creato fattispecie dai confini ambigui e frastagliati, che la giurisprudenza è chiamata a ricostruire in maniera quanto più coerente possibile, eventualmente attingendo alle direttive offerte in materia dalla Corte EDU.

In questo contesto di complessità normativa, che influisce non poco sugli strumenti di protezione delle vittime, spicca una norma considerata d’avanguardia, l’art. 18 del T.U. sull’immigrazione, che scinde la protezione delle vittime dalla loro collaborazione processuale (cosiddetto “percorso sociale”), richiedendo unicamente che lo sfruttamento con violenza o minaccia emerga nel corso di indagini relative ad un reato per il quale è previsto come obbligatorio l’arresto in flagranza.


Caratteristiche del corso:

Area: comune
 

 

Organizzazione: Scuola superiore della magistratura; durata: quattro sessioni (due giorni e mezzo); metodologia: mista (relazioni frontali con dibattito e gruppi di lavoro); numero complessivo dei partecipanti: novanta; composizione della platea: trentacinque magistrati con funzioni di pubblico ministero in primo grado, trenta magistrati con funzioni giudicanti penali, dieci giudici del lavoro, dieci giudici della protezione internazionale, cinque avvocati.

Eventuali incompatibilità: nessuna.

Sede e data del corso: Scandicci, Villa di Castel Pulci, 28 gennaio 2019 (apertura lavori ore 15.00) – 30 gennaio 2019 (chiusura lavori ore 13.00).


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