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P19001 - Il rito abbreviato

Il giudizio abbreviato ha rappresentato senza dubbio una delle più significative novità del codice del 1988 ed è stato oggetto, nel corso degli anni successivi, di una vera e propria “mutazione genetica”, per effetto della quale le tracce della struttura originaria si percepiscono, in pratica, solo nell’atto introduttivo del rito (richiesta dell’imputato) e nel permanere del suo carattere premiale (elisione di una percentuale della pena in caso di condanna).

Il punto di partenza è stato costituito dalla direttiva n. 53, contenuta nell’art. 2 della legge delega n. 81 del 1987, che affidava al Governo il compito di attuare, nel futuro codice di procedura penale, la previsione del «potere del giudice di pronunciare nell'udienza preliminare anche sentenza di merito, se vi è richiesta dell'imputato e consenso del pubblico ministero a che il processo venga definito nell'udienza preliminare stessa e se il giudice ritiene di poter decidere allo stato degli atti; previsione che nel caso di condanna le pene previste per il reato ritenuto in sentenza siano diminuite di un terzo; previsione di limiti all'appellabilità della sentenza; previsione che la sentenza faccia stato nel giudizio civile soltanto quando la parte civile consente all'abbreviazione del rito».

Nel tempo, importanti interventi legislativi (in primis la legge n. 479 del 1999) ed altrettanto rilevanti innesti connessi a decisioni della Corte Costituzionale, unitamente a corpose integrazioni giudiziali di una disciplina positiva assai contratta (specie nella sua versione iniziale), hanno sviluppato le indicazioni originarie della direttiva verso la costruzione di un rito che si prestasse ad “intercettare” il più ampio ventaglio di vicende processuali, e che si ponesse come forma principale di giudizio penale.

A questo scopo ha puntato pure la recente riforma introdotta dalla legge 23 giugno 2017, n. 103 (cd. riforma Orlando), che, per quanto appunto riguarda il giudizio abbreviato, ha soprattutto elevato a norma processuale alcune prassi applicative e soluzioni interpretative già elaborate dalla giurisprudenza. Questa traslazione della prassi in regola positiva ha, tuttavia, aperto la strada a nuove e necessarie operazioni ermeneutiche, poiché si palesano effetti aggiuntivi e modificativi rispetto alle prassi che pure, come detto, hanno generato la novella.

Il corso intende fare il punto sulle questioni insorte nel dibattito interpretativo e sulle problematiche applicative che ancora persistono irrisolte (rectius, non univocamente risolte). 


Caratteristiche del corso: 

Area: penale
 

 

Organizzazione: Scuola superiore della magistratura; durata: quattro sessioni (due giorni e mezzo); metodologia: mista (relazioni frontali, dibattito, gruppi di lavoro ed eventuale tavola rotonda); numero complessivo dei partecipanti: novanta; composizione della platea: settantacinque magistrati ordinari e dieci magistrati onorari con funzioni penali, oltre a cinque avvocati.

Eventuali incompatibilità: nessuna. 

Sede e data del corso: Scandicci, Villa di Castel Pulci, 14 gennaio 2019 (apertura lavori ore 15.00) – 16 gennaio 2019 (chiusura lavori ore 13.00).


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