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P18083- La qualità ed i tempi del processo e della decisione

L’eccessiva durata dei procedimenti è un problema storico della giurisdizione italiana, tanto sul versante civilistico che per quanto concerne i giudizi penali. Le cause, molteplici e complesse, sono in larga misura comuni (geografia delle sedi giudiziarie, carenza delle risorse umane e finanziarie, ipertrofia del contenzioso, ecc.). Per altra parte, la difficile progressione dei giudizi trova radici nella disciplina dei riti processuali, per certi versi comune (si pensi alla garanzia costituzionale dell’accesso alla Cassazione) e per altri versi tipica delle varie sedi giurisdizionali.

Il tema della durata del processo civile, a partire dalla storica sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo Capuano contro Italia, è entrato con prepotenza nella agenda politica – si pensi non solo alla legge Pinto ma a tutte le riforme che si sono succedute per accelerare il processo civile – e  nella politica giudiziaria del Consiglio superiore della magistratura, dai progetti ex art. 73 per lo smaltimento dell’arretrato alle valutazioni di professionalità, fino alle numerosissime sanzioni disciplinari per il ritardo nel deposito dei provvedimenti. La situazione è in parte analoga sul versante penalistico, ove una giurisprudenza assai propulsiva ha cercato e cerca di anticipare soluzioni normative dei problemi più urgenti (si pensi solo al tema dell’inammissibilità delle impugnazioni, od alle “campagne” per la sinteticità dei provvedimenti), soluzioni che solo in parte (e non senza contraddizioni e critiche) sono venute dalla legge n. 103 del 2017 e verranno, anche nella specifica prospettiva della riduzione dei tempi del processo, dai decreti legislativi di attuazione della legge medesima.

Intanto, la doverosa propensione collettiva ed individuale per una riduzione dei tempi di attesa per il cittadino, in qualche misura implementata dalla pressione disciplinare e dalle condanne dello Stato per la durata irragionevole dei processi, implica un aumento del ritmo e del numero dei processi definiti, che sempre più scopertamente pone (anche con condanne in sede europea che sostanzialmente riscontrano casi di trattazione sbrigativa) un problema di qualità del servizio giurisdizionale.

 Il corso, oltre a considerare le cause di questa situazione e le prospettive di soluzione, vuole dunque analizzare quali siano i tempi del processo (o dei processi, considerando la pluralità dei riti) che siano compatibili con una decisione di qualità, che presuppone un’attenzione alle parti ed all’accesso alla giustizia, agli atti ed ai documenti, e quindi ai tempi “giusti” per ogni azione giudiziaria ed in particolare per l’assunzione delle prove e delle decisioni. L’analisi sarà effettuata in chiave interdisciplinare alla luce del principio del diritto ad una tutela giudiziaria effettiva, sancito dall’articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, e della giurisprudenza delle Corti di Lussemburgo e di Strasburgo (quest’ultima con riferimento agli articoli 6 e 13 CEDU). 

Caratteristiche del corso:

Area: comune l

Organizzazione: Scuola superiore della magistratura; durata: quattro sessioni (due giorni e mezzo); metodologia: mista (relazioni frontali, dibattito, gruppi di lavoro ed eventuale tavola rotonda); numero complessivo dei partecipanti: novanta; composizione della platea: settanta magistrati ordinari e quindici magistrati onorari con funzioni giudicanti, cinque avvocati.

Eventuali incompatibilità: nessuna.

Sede e data del corso: Scandicci, Villa di Castelpulci, 12 novembre 2018 (apertura lavori ore 15.00) – 14 novembre 2018 (chiusura lavori ore 13.00).

 

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